martedì 17 gennaio 2017

Rimedi naturali contro l’alitosi da fegato

L’alitosi o alito cattivo è un disturbo che può colpire a qualsiasi età. Molteplici possono essere le cause, tra le quali figurano alcune problematiche a carico del fegato. Si tratta di un problema da non sottovalutare, ma che necessita di essere valutato con attenzione al fine di escludere la presenza di patologie di particolare gravità.
Oltre al risvolto medico, che assume carattere primario nel trattamento dell’alitosi, tale disturbo presenta indubbie ripercussioni sociali. Potrebbe rendere più difficoltose alcune tipologie di relazioni (quelle affettive come quelle lavorative), danneggiando l’autostima di chi ne soffre.
Tra le possibili cause vi sono una serie di disturbi gastrointestinali, tra le quali ad esempio la stipsi, come malattie che interessano quello respiratorio, l’assunzione di farmaci diuretici, stress o una cattiva igiene orale. All’origine dell’alito cattivo o alitosi possono trovarsi anche patologie quali l’insufficienza renale cronica, il diabete mellito (spesso associato ad alitosi da corpi chetonici) e alcune malattie epatiche.
Problemi al fegato
Uno dei problemi al fegato che può portare all’alitosi è la cirrosi epatica. Questo si traduce nell’emissione di un odore pungente, definito “foetor hepaticus” e che consiste nel rilascio durante la respirazione di alcune sostanze (come ad esempio il dimetilsolfuro) dall’odore fortemente sgradevole.
In generale si parla di alitosi da fegato qualora l’organo epatico non riesca ad espletare correttamente le proprie funzioni, sia in caso di accumulo di tossine che in presenza di altro tipo di patologie o di alcune alterazioni nel metabolismo. Un consulto con il proprio medico curante servirà per indirizzare il paziente verso l’approccio ottimale per il proprio specifico caso.
Cosa fare
In presenza di diagnosi emessa dal proprio medico curante o da uno specialista è bene aderire alle prescrizioni ricevute senza procedere a tentativi di automedicazione. L’interessamento del fegato può comprendere un ampio ventaglio di effetti collaterali e controindicazioni, che dovranno essere valutate con attenzione dal dottore.
Vi sono tuttavia alcuni passi che possono essere compiuti per alleviare il problema riducendo il disagio legato all’alitosi. L’alimentazione può giocare un ruolo importante, a cominciare dall’eliminazione di cibi e bevande che influiscono in maniera negativo sul funzionamento epatico.
Meglio evitare il consumo di alcol, l’eccessivo consumo di prodotti contenenti zuccheri aggiunti, grassi di origine animale e altre sostanze chimiche che possono intossicare il fegato. Più opportuno scegliere fibre alimentari da vegetali, meglio se da agricoltura biologica.

Benvenute le vitamine A (ad esempio carote, spinaci, broccoli, peperoni) ed E (es: verdure a foglia verde, tra le quali spinaci e broccoli, cereali a grano intero e noci). Per aiutare il fegato a rimuovere le tossine in eccesso sono ritenuti molto efficaci l’aglio, il carciofo e il cardo mariano.

Storia di Sant'Antonio Abate

S. Antonio Abate, viene festeggiato 17 gennaio ed è il protettore degli animali.

Viene sempre raffigurato con molti animali domestici attorno e questo binomio era così profondo nell'immaginazione popolare che, quando un animale si ammalava veniva detto “un santantonio”.

Nell' iconografia, spesso accanto al Santo arde sempre un fuoco: "il fuoco di S. Antonio" in riferimento alla dolorosa infiammazione virale, l'herpes zoster, così comunemente chiamata; anticamente per  la guarigione si invocava Sant’Antonio Abate che aveva sopportato nel suo corpo piaghe dolorosissime scatenate da Satana, proprio come un fuoco infernale.

Numerosi ospedali (Ospedali del Tau) sorsero in tutta la cristianità per curare questa temibile malattia. I corpi piagati venivano unti con il grasso di maiale dagli abati detti Antoniani che si erano specializzati nella cura degli infermi.
 Sant'Antonio

Questi Abati Antoniani  venivano chiamati anche "Cavalieri del tau", per la loro divisa che era formata da una veste e da un manto neri, con una croce di sole tre braccia di colore azzurro, cucita sopra il cuore.

Le leggende popolari dicono che la notte di S. Antonio gli animali acquistano la "virtù", cioè hanno la facoltà di parlare e nelle stalle i contadini possono capire ciò che dicono.

Ma questo santo non è solo una leggenda, visse realmente e la sua storia è documentata storicamente e i suoi discepoli la fecero conoscere al mondo attraverso un libro.

Antonio nacque a Coma in Egitto (l'odierna Qumans) intorno al 251 in una famiglia di ricchi agricoltori cristiani.

Rimasto orfano prima dei vent'anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore cui badare, fece sue le parole di Gesù:"Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri" (Mt 19,21).

 Così, dopo aver distribuito i suoi beni ai poveri e affidata la sorella ad una comunità femminile, seguì la vita solitaria che già altri eremiti facevano nei deserti attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.

Mentre era nel deserto, si racconta che ebbe una visione o un sogno in cui Antonio vide un eremita come lui che passava le giornate dividendo il tempo tra la preghiera e l'intreccio di una corda.

Da questa immagine l'eremita capì che, per essere "perfetti" la povertà e la preghiera non bastavano, e che l'uomo doveva dedicarsi ad un lavoro.

Così ispirato continuò a vivere da eremita, accompagnando la preghiera con il lavoro, i cui frutti gli servivano per procurarsi il cibo e per fare la carità ai più bisognosi.

Ma questa vita santa non lo difendeva dalle tentazioni che furono fortissime unite ai dubbi sulla validità della vita solitaria.

Altri eremiti che Antonio consultò lo incoraggiarono a perseverare e lo consigliarono di staccarsi ancora più radicalmente dal mondo.

Allora, coperto da un rude panno, si chiuse in una tomba scavata nella roccia vicino al suo villaggio a pregare ed a digiunare.


Si racconta che in questo luogo venne fisicamente aggredito e picchiato dal diavolo che lo lasciò svenuto sul posto.

Ritrovato dalle persone che si recavano da lui per il cibo fu trasportato nella chiesa del villaggio dove venne curato.

Si narra che nell'anno 285 Antonio si spostò in una grotta del monte Pispir, vicino al Mar Rosso dove esisteva una fortezza romana abbandonata, là rimase per circa 20 anni, nutrendosi solo con l'acqua di sorgente ed il pane che gli veniva calato due volte all'anno.

Anche in questo luogo, nonostante i suoi sforzi alla ricerca della totale purificazione, il diavolo continuò a torturarlo crudelmente e cominciarono a raccogliersi intorno a  lui dei discepoli che lui guidava alla vita di anacoreti mentre personalmente si dedicò ai sofferenti, operando, secondo tradizione, "guarigioni" e "liberazioni dal demonio".
Nel 311, durante la persecuzione dell'Imperatore Massimino Daia, Antonio tornò ad Alessandria per sostenere e confortare i cristiani perseguitati, senza peraltro venire arrestato.

Durante il suo apostolato Antonio preferì sempre la vita solitaria degli anacoreti a quella dei monasteri; a lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che, sotto la guida di un padre spirituale, abbà, si consacrarono al servizio di Dio  in luoghi solitari.

Per questo i suoi seguaci, chiamati Padri del Deserto, vivevano in grotte e anfratti, sotto la guida di un eremita più anziano e con Antonio come guida spirituale.

La vita di Antonio abate è nota soprattutto attraverso la Vita Antonii pubblicata nel 357, opera agiografica attribuita al suo discepolo Atanasio, vescovo di Alessandria, che fu da lui aiutato nella lotta contro la setta di eretici dell'Arianesimo.


Sant'Antonio Abate in benedizione
L'opera, tradotta in varie lingue, divenne popolare tanto in Oriente quanto in Occidente e diede un contributo importante all'affermazione degli ideali della vita monastica. Il grande rilievo dato in questa opera alla descrizione della lotta di Antonio contro le tentazioni del demonio, ha ispirato gli artisti dei secoli successivi.

Antonio, che venne chiamato anche sant'Antonio il Grande, sant'Antonio d'Egitto, sant'Antonio del Fuoco, sant'Antonio del Deserto, sant'Antonio l'Anacoreta, visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide dove pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento, morì, ultracentenario, il 17 gennaio 357 e venne sepolto dai suoi discepoli in un luogo segreto.

Il successo di Sant'Antonio Abate fra i temi delle arti figurative venne divulgato nel XIII secolo, ad opera della "Leggenda Aurea" di Jacopo da Varagine ed il santo venne ben presto considerato il patriarca del monachesimo, per la sua lunga consuetudine con la vita eremitica e le sue capacità taumaturgiche.


La protezione di San'Antonio si allargò dagli animali agli uomini che avevano a che fare con loro.

Qual è il valore economico e l'importanza agronomica dell'attività di dell’impollinazione?

Un sondaggio del Crea-Api mette in luce i limiti alla diffusione dell'attività di impollinazione guidata effettuata dagli apicoltori e lo scollo percepito dal comparto apistico rispetto al resto del mondo agricolo.
Che le api siano importanti per l'impollinazione è una cosa che sanno bene anche i bambini. Ma quale sia il valore economico e l'importanza agronomica dell'attività di impollinazione delle api è un tema molto spesso ignorato o quantomeno sottovalutato.

E' stato stimato che a livello mondiale il valore economico globale generato dalle api con la loro attività pronuba sia cento volte superiore rispetto al valore derivante dalla vendita dei prodotti dell'alveare.

In alcuni paesi, come Usa e Israele, il servizio di impollinazione rappresenta spesso la prima fonte di reddito per gli apicoltori, seguito poi dalla vendita del miele e degli altri prodotti apistici. E l'importanza dell'attività pronuba delle api è pienamente conosciuta dagli operatori di tutto il comparto agricolo.

Gli agricoltori israeliani ad esempio vogliono pagare per avere le api sui loro frutteti, perché pagando possono prendere un servizio di impollinazione di qualità.

Dall'altro lato, il grande allarme della mortalità delle api negli Stati Uniti è nato non tanto per la riduzione della produzione di miele, ma per la mancata impollinazione dei mandorleti californiani.

In Europa, nell'ambito del progetto superB - Sustainable pollination in Europe - l'Università di Reading, in Inghilterra, ha organizzato un sondaggio per mettere a fuoco il ruolo del servizio di impollinazione nel vecchio continente.

Per l'Italia questo sondaggio è stato realizzato dal Crea-Api di Bologna, sotto la cura di Laura Bortolotti.

Al questionario proposto dal Crea hanno risposto 193 apicoltori, di cui 75 professionisti, con più di 400 alveari, e 118 hobbisti. Un numero notevolmente ristretto, considerate le 12mila aziende apistiche e i 40mila apicoltori che allevano le api per autoconsumo, che si stimano esserci nel nostro paese. Un numero che può già essere interpretato come un dato che denota lo scarso interesse che il settore apistico ha per questa attività. E infatti così è emerso dalle risposte.

Tra gli apicoltori professionisti che hanno partecipato al sondaggio, la vendita del miele rappresenta la principale fonte di reddito e solo il 31% di loro pratica il servizio di impollinazione, e solo in tre casi incide per oltre il 50% sul reddito aziendale.

Questa sottoutilizzazione dell'attività di impollinazione guidata come fonte di reddito non deriva però da problemi organizzativi o da una scarsa cultura tecnica degli apicoltori. Anzi, si potrebbe quasi sostenere il contrario.

La metà degli apicoltori intervistati, e questo dato si può tranquillamente ampliare alle generalità degli apicoltori italiani, pratica il nomadismo per la produzione del miele e del polline, cioè sposta gli alveari per inseguire fioriture di piante spontanee o coltivate. Quindi non sussistono grossi problemi tecnici per portare le api anche su colture da impollinare.

In alcuni casi, quando gli apicoltori portano gli alveari negli agrumeti o sui campi di sulla, girasole o trifoglio per la produzione del miele, svolgono in contemporanea un servizio di impollinazione per quelle colture. Un servizio che spesso non è retribuito, anzi in alcuni casi è l'apicoltore stesso a dover regalare qualche vasetto di miele ai proprietari dei fondi a titolo di riconoscenza per aver potuto usufruire del terreno su cui collocare le arnie.

Dal sondaggio, i limiti principali che frenano gli apicoltori a effettuare il servizio di impollinazione sono due: il timore, anche solo teorico, di possibili avvelenamenti da fitofarmaci utilizzati sulle colture e lo scarso riconoscimento economico da parte degli agricoltori.

Molti degli apicoltori intervistati si accontenterebbero anche di un riconoscimento morale dell'importanza delle loro api, in cambio di un ambiente migliore, richiedendo maggiore attenzione da parte delle istituzioni e degli altri operatori agricoli.

"Se non si usassero veleni farei il servizio di impollinazione in forma gratuita" è una risposta frequente tra le persone coinvolte nel sondaggio. O addirittura "il servizio di impollinazione che rendo lo faccio gratis, e così indirettamente la maggior parte degli apicoltori, ma purtroppo dagli agricoltori non riceviamo nemmeno un grazie, anzi, a volte perdiamo le api per i trattamenti che fanno sulle piante".

Interessante è il dato che le coltivazioni di piante da frutto risultano tra le colture considerate da evitare da parte degli apicoltori intervistati, soprattutto per il timore dei trattamenti fitosanitari e per il fatto che spesso non sono retribuiti. E le piante da frutto sarebbero tra le coltivazioni che più si avvantaggerebbero dell'attività di impollinazione, assieme alle oleaginose e alle foraggere da seme.

Una situazione che non è costruttiva per nessuno, quindi. Anche triste per un paese con una tradizione agricola come il nostro. Particolarmente doloroso è notare la divisione che viene percepita dagli apicoltori tra loro e gli agricoltori, come se anche gli apicoltori non fossero parte integrante del sistema agricolo.


Riuscire a realizzare in modo razionale ed efficiente il servizio di impollinazione vorrebbe dire dare inizio a un ciclo virtuoso di cui beneficerebbero tutti gli operatori del nostro comparto agricolo, e, non da ultimo, l'ambiente.

lunedì 16 gennaio 2017

Land grabbing: opportunità o rischi per lo sviluppo dell’agricoltura?

L’appropriazione di terreni agricoli è un fenomeno internazionale in continua espansione che coinvolge in particolare i Paesi poveri. Secondo la definizione di alcune organizzazioni internazionali, il land grabbing è l’acquisizione da parte di soggetti privati (multinazionali o altri investitori) o da parte di Stati, di vaste zone coltivabili (superiori ai 10 mila ettari) all’estero per produrre beni alimentari destinati all’esportazione, mediante contratti di compravendita o affitto a lungo termine - spesso tra i 30 e i 99 anni.
Dal 2008 sarebbero state già presentate circa 180 istanze di transazione di terreni da parte di nazioni o investitori privati. Le operazioni di acquisizione coinvolgerebbero più di cinquanta paesi “venditori” e una dozzina di governi compratori, più un migliaio di fondi di investimento. Il fenomeno del land grabbing avrebbe già determinato, alla fine del 2009, l’esborso di 100 miliardi di dollari (50 miliardi, invece, secondo le stime della Banca mondiale) (Grain, 2009). L’IFPRI (International Food Policy Research Institute) stima che tra il 2006 e la metà del 2009 siano stati oggetto di investimenti esteri tra i 37 milioni e i 49 milioni di ettari di terreni agricoli; secondo le stime della Banca mondiale la superficie coinvolta raggiungerebbe, invece, i 50 milioni di ettari, pari a circa la metà dei terreni coltivabili della Cina.
A spingere l’espansione del fenomeno del land grabbing certamente contribuiscono la crisi economico-finanziaria e l’emergenza alimentare, i fenomeni di speculazione e la volatilità dei prezzi agricoli sui mercati mondiali. Per alcuni paesi, in particolare, il controllo dell’agricoltura all’estero rappresenta la risposta alla crisi alimentare, accentuata dalle oscillazioni dei prezzi dei prodotti agricoli: investire in terra agricola mette infatti al riparo i paesi non autosufficienti dal punto di vista alimentare dal rischio di crisi e di fiammate dei prezzi dei beni alimentari, oppure di blocchi all’esportazione.
Ai fattori di spinta degli investimenti all’estero si aggiunge la crescita della domanda di agro-energie e di nuovi materiali grezzi per la produzione manifatturiera, così come la crescita di appetibilità sui mercati finanziari dell’investimento in terreni agricoli da parte di banche o singoli grandi investitori finanziari.
Non si tratta di un fatto nuovo, ma nuove sono l’istituzionalizzazione, la dimensione e le modalità che il fenomeno può assumere in un’epoca non coloniale. Gli obiettivi di approvvigionamento alimentare, di agribusiness e profitto finanziario dei paesi (o soggetti privati) investitori hanno infatti implicazioni sempre più forti sui problemi della fame e della povertà nel mondo e sui vincoli allo sviluppo dei Paesi che cedono la loro terra e le loro risorse.
Agli oppositori radicali del land grabbing, rappresentati essenzialmente da associazioni degli agricoltori e dalle agenzie o organizzazioni locali dei Paesi target, si affiancano diversi istituti di ricerca e agenzie governative che ritengono invece possibili e propongono interventi in grado di assicurare una situazione di soli “vincitori” (win-win), in cui cioè le nazioni “insicure” in termini di approvvigionamento alimentare possano accrescere il loro accesso alle risorse agricole beneficiando, nello stesso tempo, le nazioni “ospiti” con investimenti in capitale umano e infrastrutture agricole e accrescendone le opportunità di accesso ai mercati, occupazionali e di sviluppo delle conoscenze. Secondo gli oppositori radicali si tratterebbe, in realtà, di una strategia per alimentare e legittimare su scala ancora più vasta gli investimenti in terre, a scapito della sovranità alimentare dei Paesi più poveri.
Analizzando il fenomeno sotto il profilo del rischio di neo-colonialismo, ma anche delle possibili opportunità di crescita dell’agricoltura nei Paesi in via di sviluppo. In tale ottica, la Fao ha annunciato l’adozione di un codice di condotta, attraverso la definizione di un quadro di norme internazionali per regolare le azioni di acquisto secondo linee di trasparenza e nel rispetto dei diritti dei più deboli.
In questo articolo si è cercato di fornire una panoramica sul fenomeno del land grabbing, ancora poco conosciuto e indagato e dalle molteplici ricadute a livello internazionale, ponendo in particolare l’accento sui soggetti in gioco, gli interessi coinvolti e le condizioni con cui si sta evolvendo, nonché sui rischi e le “ambiguità” delle operazioni di compravendita della terra nel mondo.